Search
mercoledì 8 settembre 2010 ..:: Home » I PRODOTTI » Paste, Pane e Taralli » Taralli Pugliesi ::.. Register  Login
 La nostra tarallara Minimize

Anna Signorile

Il laboratorio di Anna signorile, produttrice di taralli  è piccolo. Ci lavorano sei ragazze ad un ritmo frenetico, ma allo stesso tempo gioioso. Anna, che ha messo in piedi questo laboratorio è una signora piena di vita, un po'come il suo laboratorio, pronta allo scherzo e veloce nel capire le esigenze della clientela.

Per noi produce degli ottimi taralli. Donna Gnora le consegna il proprio olio extra vergine di oliva. In una infornata di circa 45 kilogrammi ci vanno 8 litri e mezzo d'olio. Il vino utilizzato è prodotto da un giovane agricoltore della zona. E' vino assolutamente sincero, non filtrato, piuttosto rustico di sapore, ma gradevole. Personalmente ne ho preso qualche tanica per consumarlo a pasto. Mi ricorda i sapori di un tempo. forte, deciso, senza tanti fronzoli.

Torniamo ai taralli. E' sempre più difficile trovare dei produttori che utilizzino solo olio extra vergine di oliva. C'è una tendenza a mescolare gli olii, ad aggiungere olio di palma perché questo rende più "leggeri" i taralli, di sapore meno deciso e più friabili... è come dire che l'ottone è meglio dell'oro.

Quando abbiamo bisogno di produrre i nostri taralli provvediamo direttamente a consegnare l'olio extra vergine d'oliva, le prime infornate della giornata sono le nostre. Il resto della bontà lo dobbiamo ad Anna Signorile e alle sue ragazze.

Le tarallare


    
 Il tarallaro Minimize

Il “tarallaro” era una figura caratteristica. Con la sua cesta sulle spalle, batteva senza posa la città per vendere i taralli ai passanti. Oggi è sparito, ma quello che scompare nella realtà spesso sopravvive nel linguaggio: ancora adesso, per indicare una persona senza voce in capitolo, sbattuta di qua e di là dagli eventi, e costretta ad affaccendarsi senza sosta, si dice “me pare ‘a sporta d’o tarallaro!”

Nei suoi interminabili giri, il tarallaro dava la voce: “Taralle, taralle cavere!” La parola “cavere” non va letta alla latina, con l’accento sulla seconda “e” (cavère), e  dunque col significato di “fare attenzione, evitare”. Stare alla larga dai taralli? Dio ce ne guardi! Va letta alla napoletana: càvere, caldo. Taralle cavere vuol dire appunto “taralli caldi”.


  

Taralli Pugliesi artigianali
All’olio extravergine di oliva
da ricetta tradizionale

Anna Signorile produce i suoi taralli secondo la ricetta tradizionale pugliese, bolliti e successivamente cotti al forno: la loro particolarità sta nell’originale croccantezza.

Lavorazione: la farina di grano tenero è impastata con il sale, l'olio extravergine di oliva caldo e il vino bianco. Poi si lavora e si lascia riposare l'impasto per circa 30/40 minuti, coperto. Si tagliano successivamente a tocchetti e una decina di donne formano a mano dei piccoli anelli di pasta da far lievitare una ventina di minuti e poi bollire in acqua salata. Saranno considerabili scottati al punto giusto quando, un volta immersi nell'acqua che bolle, verranno da soli a galla. In seguito si adagiano su un panno asciutto e si cuociono al forno (moderato / 180°C) per circa mezz'ora.

Prodotto da: Signorile Anna, Tarallificio Artigianale (Bitetto – BA)

 Note degustative Minimize

Croccanti e friabili, piccoli e lisci, il sapore dell’olio extravergine d’oliva in evidenza, possono sostituire il pane durante il pranzo.
 Le loro dimensioni ridotte, associate ad un basso potere calorico (non contengono sugna!), li hanno resi adattissimi anche come aperitivo. E come accompagnamento agli aperitivi.


  
 La ricetta dei taralli pugliesi Minimize

Ingredienti:

- gr. 30 di sale fino
- 1kg. di farina tipo "0" (evitare la "00" troppo raffinata!)
- 0.25 l. di olio extra vergine di oliva (Donna Gnora)
- 0.30 l. di vino bianco secco

 Preparazione:

Impastate insieme la farina, il vino, l'olio e il sale fino ad ottenere una pasta elastica ed omogenea.
Lasciatela riposare, coperta da un panno, per 20 minuti in un luogo non freddo.
In una capiente pentola portate ad ebollizione dell'acqua in cui avrete aggiunto 1 cucchiaio di sale.
Formate ora i taralli ricavando dalla pasta dei bastoncini di circa 1 cm di diametro e di circa 8-10 cm di lunghezza e chiudeteli su se stessi sovrapponendo le estremità e schiacciandoli col dito in modo da sigillarli.
Prendetene una decina alla volta e immergeteli nell'acqua bollente e ritirateli, aiutandovi con una schiumarola, appena salgono a galla.
Sistemateli su di un panno, uno accanto all'altro, ad asciugare per qualche minuto.
Oliate una teglia da forno e adagiatevi i taralli senza farli toccare uno con l'altro.
Infornateli nel vostro forno, che avrete già  portato precedentemente a 200°,  e fateli cuocere per circa 40 minuti. ( devono diventare di un marrone molto chiaro )
 Se volete potete aromatizzarli: per farlo, nella fase dell'impasto, aggiungete uno di questi ingredienti... semi di finocchio, sesamo, peperoncino, origano, scaglie di cipolla disidratata. Per un chilo di pasta basteranno 5-6 grammi di aromi.


  

Tarallificio

  Minimize


  
 Prezzo Minimize

3,00 €/400 gr.

Per acquistare scrivici a
Segreteria@donnagnora.it


  
 Il tarallo Minimize

L’etimologia della parola tarallo non è certa. Per cui si sprecano le ipotesi: c’è chi dice dal latino “torrère” (abbrustolire), e chi  dal francese “toral” (essiccatoio). Facendo riferimento alla sua forma rotondeggiante, qualcuno pensa che tarallo derivi invece  dall’italico “tar” (avvolgere), o  dal francese antico “danal”, (pain rond, pane rotondo). La  tesi più attendibile vuole peraltro che  tarallo discenda dall’etimo greco “daratos”,  “sorta di pane”.
Il tarallo nasce a Napoli, alla fine del ‘700, anni ai quali possiamo far risalire le prime notizie su questo tipo di pane.

In quell’epoca, i fornai non si sognavano neppure di buttare via lo ”sfriddo”, cioè i ritagli, della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare. A questi avanzi di pasta lievitata aggiungevano un po’ di “nzogna” (la sugna: in italiano, lo strutto, il grasso di maiale) e parecchio pepe, e con le loro abili mani riducevano la pasta a due striscioline. Poi le attorcigliavano tra di loro, davano a questa treccia una forma a ciambellina, e via nel forno, insieme al pane.

Ennesimo figlio della prolifica creatività partenopea, faceva  del bene a tutti. Al fornaio, che utilizzava la pasta di pane rimasta, con poca fatica. E al popolo, che a pochi soldi (dati i bassi costi di produzione) se lo comprava. Il tarallo era una vera benedizione per la borsa, ma pure per il palato (la sugna e il pepe, e in seguito la mandorla, gli danno un sapore eccellente), e per la sopravvivenza: il grasso che contiene è infatti molto calorico. Lo si consumava nelle osterie, in cui si accompagnava a del vino spesso assai poco pregiato. Da una parte aumentandone il consumo (il pepe mette sete), ma dall’altra riducendone gli effetti negativi su stomaci altrimenti vuoti.


  
Copyright 2007 by Donnagnora   Terms Of Use  Privacy Statement